fbpx

Le composizioni musicali, i disegni e i documenti lasciati - e in alcuni casi nascosti - dai prigionieri del campo di concentramento di Theresienstadt costituiscono una preziosissima eredità. Tramite essi possiamo approfondire non solo quali fossero le condizioni di vita degli internati ma anche le loro percezioni, emozioni e riflessioni, che molte volte venivano espressi attraverso l’arte e la musica.

L’unicità della vita culturale di Theresienstadt ha catturato l’attenzione della pianista italiana Sofia Tapinassi, che ha voluto approfondire il più possibile il valore della musica, del canto, e dell’espressione artistica per i detenuti del campo. 

Per molti musicisti di Terezín, le ultime esibizioni coincisero con la fine delle riprese del film di propaganda “Il Fuhrer regala una città agli ebrei”, al termine delle quali i partecipanti vennero deportati ad Auschwitz. Il 16 ottobre 1944, giorno di partenza del convoglio in cui si trovarono più di mille persone tra orchestrali, compositori, direttori d’orchestra e coristi, le vite di molti di essi furono spezzate.

Il lavoro di Sofia vuole valorizzare queste personalità così eccezionali, facendo rivivere le loro composizioni e condividendo con il pubblico parte delle loro storie. Con la massima dedizione e il desiderio di girare il documentario “Lasciammo il campo cantando”, Sofia ha raggiunto varie località europee per incontrare e intervistare alcuni sopravvissuti di Theresienstadt, come la Signora Zdenka Fantlova.
Il progetto vuole ricordare e raccontare i tragici eventi della Shoah affrontando la tematica della memoria attraverso un approccio artistico multidisciplinare.

“Eravamo così deboli. Ma la musica era qualcosa di speciale, quasi magico.
La musica era il mio cibo. La mia speranza.
Sono ebrea, ma la mia religione è Beethoven.”
– Alice Herz Sommer, pianista e superstite di Theresienstadt

Con lo scorrere del tempo e con la progressiva scomparsa degli ultimi testimoni diretti dell’Olocausto, quanto accaduto rischia di essere vittima dell’indifferenza collettiva. Non possiamo permettere che questo terribile periodo della storia non sia ricordato, sia minimizzato o addirittura negato.
Crediamo fortemente che la memoria del passato sia fondamentale per la costruzione di una società che non tolleri l’indifferenza, la discriminazione e la persecuzione; che il ricordo della Shoah possa guidarci nella costruzione di una società diversa da quella che ha permesso la proliferazione di un odio colpevole dello sterminio di 6 milioni di vite innocenti. 

Il canto come filo conduttore

Il titolo del progetto vuole sottolineare come il canto sia risultato il filo conduttore di molte toccanti storie condivise da alcuni sopravvissuti di Theresienstadt.

Le prime attività corali 

Le prime attività musicali nel campo iniziarono quando il grande direttore d’orchestra Rafael Schächter radunò un gruppo di uomini alla fine di una lunga giornata di lavori forzati. Era il periodo di natale del 1941 quando il primo coro di Theresienstadt fu riunito. 

Nei primi mesi di esistenza del campo non c’erano strumenti musicali tantomeno spartiti, così Schächter chiese al giovane compositore e pianista Gideon Klein di curare l’arrangiamento per coro a cappella di alcune canzoni popolari ceche ed ebraiche. 

Fu così che ogni sera questi uomini stremati dal lavoro si riunivano nell’attico di una baracca del ghetto, trovando nelle prove del coro un piccolo momento di condivisione musicale e di reciproco supporto. 

Cantare per resistere  

“Dies illa, dies iræ, calamitatis et miseriæ, dies magna et amara valde.
Dum veneris judicare sæculum per ignem.”
Giuseppe Verdi,  Requiem  

Il direttore d’orchestra Rafael Schächter trovò nel canto una maniera per esprimere ciò che non era possibile dire ai Nazisti, scegliendo di preparare con il suo coro uno dei capolavori di Giuseppe Verdi, la messa da Requiem.
Nonostante le continue sostituzioni dei coristi dovute alle deportazioni, l’opera fu eseguita ben 16 volte. L’ultima esecuzione fu in occasione della visita della Croce Rossa Internazionale, quando un coro di 150 donne e uomini, accompagnato al pianoforte da Gideon Klein e diretto da Rafael Schächter, cantò di fronte alle alte cariche naziste, invocando il giorno del giudizio universale.

We left the camp singing

Il canto come mezzo per insegnare ai bambini

“Non c’era molto di buono a Terezín…
Fu un’esistenza piuttosto miserabile.
Poterci esibire nell’opera fu estremamente significativo per noi. Cantando, eravamo liberi.”
Michael Gruenbaum, sopravvissuto a Theresienstadt e autore del libro “Somewhere there is still a sun”

Si stima che circa 15.000 bambini furono deportati a Theresienstadt dalla sua fondazione, nel novembre del 1941, alla sua liberazione, nel maggio del 1945.
Al loro arrivo nel campo, i bambini venivano separati dalle famiglie per poi essere ricollocati nelle baracche infantili maschili e femminili. La scuola fu vietata, ma alcuni prigionieri adulti, tra cui Gideon Klein, organizzarono classi segrete per assicurare ai bambini un’istruzione. Dato che i Nazisti non proibirono le attività musicali, uno dei metodi alternativi d’insegnamento fu il canto.
Alcuni bambini parteciparono con entusiasmo al coro di “Brundibar”, l’opera infantile di Hans Krasa che, dato il successo, fu messa in scena intorno alle 55 volte.

Cantare per dare conforto  

Durante il suo confinamento a Theresienstadt, la cantautrice ceca Ilse Weber lavorò all’ospedale dei bambini, dove quotidianamente entrava in contatto con la loro indicibile sofferenza. Purtroppo le medicine non erano permesse, così Ilse cercava di dare conforto ai malati attraverso il canto, dedicando le sue canzoni ai bambini del ghetto. 
Profondamente attaccata ai suoi assistiti, li accompagnò volontariamente ad Auschwitz e poi nelle camere a gas, cantando con loro fino all’ultimo respiro.

Le voci del documentario

Zdenka Fantlova

Zdenka Fantlova è nata in Cecoslovacchia nel 1922. Era solo un’adolescente quando l’arrivo delle truppe di Hitler nel suo paese natale, ha sancito l’inizio di una serie di leggi antisemite che miravano alla loro esclusione degli ebrei dalla società. Zdenka non potè più andare a scuola e dovette assistere all’arresto del padre, colpevole di avere ascoltato la radio inglese.

Deportata a Theresienstadt assieme al resto della famiglia, Zdenka trovò un impiego in cucina, e, quasi casualmente, entrò in contatto con il mondo teatrale, debuttando come attrice negli spettacoli serali che si tenevano negli attici delle baracche. Ormai parte integrante del gruppo artistico del ghetto, Zdenka fu collocata in uno dei trasporti dei musicisti che aveva come destinazione il campo di sterminio di Auschwitz.

Quest’ultimo, purtroppo, fu solo il secondo di una serie di 6 campi di concentramento che si trovarono sulla sua strada verso la libertà: dopo Auschwitz fu deportata a Kurzbach, Gross-Rosen, Mauthausen e Bergen-Belsen.

Nonostante la sua condizione fisica fosse arrivata al limite e il suo peso si aggirasse attorno ai 30 kg, Zdenka riuscì a sopravvivere. Grazie ad un programma della croce rossa internazionale, potè ricevere le cure in Svezia. Venuta a sapere di essere l’unica superstite della sua intera famiglia, ha deciso di scrivere un libro di memorie, pubblicato in italiano come “6 campi”.

Il libro è stato tradotto e pubblicato in molte lingue, tanto da annoverarsi tra i testi di riferimento nella letteratura concentrazionaria.

Eliska Klein

Eliska Klein (1912-1999) pianista ed insegnante di musica, fu la sorella del compositore Gideon Klein. 
Sopravvissuta ad Auschwitz e Theresienstadt, ha dedicato la sua vita alla condivisione della musica di suo fratello e degli altri compositori di Terezín.

Peter Kreitmer

Peter Kreitmer è il nipote del compositore Hans Winterberg, di cui ha scoperto l’esistenza soltanto 10 anni. Da allora si è mobilitato per tirar fuori le composizioni di Winterberg dall’Istituto tedesco nel quale erano rimaste nascoste dalla morte del compositore, avvenuta nel 1999. 
Grazie alla sua collaborazione con il centro exil.arte di Vienna, le opere di Winterberg saranno pubblicate dalla casa editrice Boosey and Hawkes.